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Elisa Cesan

Processualità e progettazione; lavoro di rete e presa in cura; il complesso impegno professionale e umano degli operatori e delle operatrici del sociale



Per illustrare il rischio a cui è esposto l’ esito di un atto educativo, lontano dal dogmatismo, dalle pratiche discriminatorie e autoritarie, ma aperto al percorso del possibile, vorrei condividere con voi un racconto di  Botho Staruss, dal titolo "La Dedica". Ho conosciuto questo racconto  attraverso un contributo molto interessante  della professoressa Mariagrazia Contini che si può trovare nel volume  “Lineamenti di pedagogia generale”.
“La Dedica”, racconta la storia di un lui che, abbandonato dalla sua fidanzata, si ritrova da solo nella calda estate di una metropoli e, quando il desiderio di lei diventa più intenso e le ragioni del suo abbandono più chiare, inizia a scrivere brevi note pensando a lei.
Poco a poco la scrittura diventa un modo per parlare con lei e capire il loro rapporto, i problemi che li dividono. Inizia così la lunga dedica in cui l'analisi del passato è strettamente legata alla progettazione di una possibilità per il futuro: ora sa il motivo per cui lei lo ha lasciato e lui sa come potrebbero reinventare il loro rapporto:
se solo potesse farle avere quello che ha scritto!
L'occasione si presenta quando, una sera, lei gli telefona chiedendogli di raggiungerla per farsi imprestare del denaro.
Lui corre all' appuntamento ma lei, avendo già risolto il problema del denaro, sta andando via con un taxi.
Le corre dietro e le dà il manoscritto, chiedendole di leggerlo il più presto possibile; lei promette che lo farà.
Torna a casa felice perché pensa che dopo pochi giorni lei lo chiamerà perché avrà capito le ragioni della loro separazione.
 Comincia a pulire e riordinare la casa, attendendo il suo ritorno.
Passano i giorni e le settimane, ma da parte sua nessuna reazione.
Tornò al bar dove l' aveva incontrata e chiede al barista  se l' avesse rivista.
No, il barista non sa nulla, ma ha qualche cosa che gli hanno consegnato: da sotto il bancone tira fuori  il manoscritto che lei aveva abbandonato nel taxi quella notte.
Cosa ci racconta questa novella? Ci racconta che accettare l'impegno educativo nell'orizzonte non garantito del possibile significa anche accettare che la propria "dedica" possa non raggiungere il destinatario, perché anche se è stata pensata e scritta per lui, la può dimenticare in un taxi.
Ma significa anche riconoscere e rispettare la sua libertà di scelta, e trovare un senso alle proprie azioni oltre la realizzazione degli obbiettivi prefissati.
In questa prospettiva la progettazione è comunque fondamentale e essenziale perché il cammino del  possibile sostiene la nostra processualità e la nostra protensione verso il futuro.
Progettare è l' obbiettivo primario per rendere protagoniste le persone che si rivolgono ai nostri servizi educativi e socio sanitari e nella progettazione devono essere coinvolte tutte le figure istituzionali e i famigliari.
E' fondamentale il lavoro di rete con tutte le persone coinvolte partendo dal soggetto che fruisce del nostro servizio socio sanitario.
Gli operatori e le operatrici del sociale, come possono rendere il progetto  socio sanitario un processo creativo e non un esercizio di potere?
Gli operatori e le operatrici del sociale, direi, possono essere paragonati a degli  artisti e delle artiste, perché hanno a che fare con una materia mutevole.
Nel processo artistico, di solito, l' ideazione e l' azione non sono elementi distinti, ma l' uno si nutre costantemente dell' altro in una dinamica circolare.
L' artista come l' operatore e l' operatrice del sociale, procede con una modalità incerta e non avrà idea, se non attraverso livelli di approssimazione molto elevati, a cosa approderà il suo sforzo.
Questo sforzo, benchè supportato da delle conoscenze pregresse non può che procedere in modo tendenzialmente incerto.
Seguendo una delle prospettive proposte dall' attuale pedagogia possiamo valutare le persone non solo più attraverso analisi scientifiche che prevedono una diagnosi e una cura farmacologica per la patologia diagnosticata, ma le possiamo conoscere  attraverso l' approfondimento degli elementi caratteristici di ciascuno e ciascuna, attraverso la loro storia personale con le sue specificità storiche, culturali, esperienziali, biologiche e funzionali. Questa conoscenza avviene attraverso un paziente dialogo capace di cogliere gli elementi significativi della storia di ognuno e ognuna.
Questo dialogo prevede l' ascolto attivo, quell' ascolto accogliente, attento, partecipativo, empatico e senza pregiudizio.
Un dialogo sempre disponibile a rivedere il progetto nel corso dell' intervento previsto.
Il contratto educativo dovrebbe essere caratterizzato da:
una continua negoziazione di significati e azioni tra gli-le opeartori-trici e il-la beneficiario-a;
modalità di procedere per tentativi ed errori;
considerazione del rischio e dell' errore come parti del processo e quindi da non evitare;
presenza di feddback;
considerazione della situazione operativa come un unico processo dinamico che si snoda durante tutto l' arco dell' intervento.
Bradford P. Keeney, nel suo libro “L'estetica del cambiamento” dice che ci sono due modi fondamentali di vedere la relazione umana.
Il primo è il “modello del pugilato”, in cui la relazione è semplificata in termini di strategia del predominio sugli altri, tattica di potere, manipolazione e controllo.
Il secondo è il “modello della colleganza” in cui ci si impegna insieme ad evolversi e ad accrescere il proprio sapere in un' ottica di scambio e collaborazione reciproca.
In via approssimativa il progetto d' intervento si realizza:
nella fase iniziale, in cui il fare è esperienza strutturante della relazione;
nella realizzazione di azioni strategiche, finalizzate  a indurre dei comportamenti e atteggiamenti nell' altro;
nelle azioni direttive per imposizione esterna o imposizione autonoma dell' operatotore-trice.
Lascerei ai processi di aiuto il compito di descrivere la contrattazione nelle singole fasi dell’ intervento sottolineando però che il processo di aiuto nel lavoro educativo dovrebbe realizzarsi a diversi livelli.
Sul piano organizzativo – promozionale, lavorando sulle risorse istituzionali e sulle reti sociali coinvolgendo le medesime nel progetto che verrà formulato.
E’ importante quindi proporre una ricerca -azione atta a realizzare una proposta programmata e concordata in equipe multidisciplinare di soluzione dei problemi.
Sul piano relazionale- emotivo, sostenendo e coinvolgendo i destinatari del servizio all’ adempimento di determinati compiti, con la propria realtà e con le risorse disponibili da attivare.
E’ fondamentale pertanto sviluppare, in qualità di educatori ed educatrici, una capacità di coinvolgere i beneficiari dei nostri servizi nell’ elaborazione di progetti che li sostengano nel mettersi in gioco per attivare quei meccanismi di apprendimento e di cambiamento  sul piano personale e relazionale secondo gli obbiettivi condivisi.
Da ciò possiamo dedurre la complessità del lavoro e l’ importanza della professionalità delle figure educative.
Per descrivere la processualità che non può essere scissa dalla progettualità, mi piace utilizzare la forza rappresentativa di un antico simbolo e mito: l’ Uroboro.
L’Uroboro rappresenta in una variante alchemica, un serpente e un drago che ingoiano reciprocamente le loro code formando così un cerchio.
E’ considerata una rappresentazione dell’ auto - riflessività o ciclicità, nel senso di un qualcosa in continua autorigenerazione, dei cicli che iniziano di nuovo appena finiscono, della congiunzione tra il cielo e la terra.
Il serpente e il drago si nutrono l’ uno dell’ altro e nel mangiarsi non eliminano le loro reciproche individualità, ma le inglobano nel loro presente per il loro futuro.
Concepire l’ intervento progettuale con la rappresentazione dell’ Uroboro aiuta a mettere in evidenza lacune cose:
considerare la relazione d’ aiuto almeno duale;
concepire l’ operatore- trice non solo come un osservatore-trice esterna, ma come elemento che entra in gioco con tutte le sue caratteristiche;
l’ impossibilità di conoscere a priori il risultato dell’ intervento;
concepire gli errori come elementi costitutivi e qualificanti del processo di aiuto;
problematizzare cause ed effetti, in quanto, in una casualità circolare , le une possono diventare gli altri a seconda dell’ opzione interpretativa scelta.
Questa concezione del processo operativo attraverso la rappresentazione mitologica dell’ Uroboro “concepisce ogni processo della mente e della vita come ricorsivo e complementare” come ci dice Keneey, aggiungendo che “l’ alternativa è la frantumazione del mondo in innumerevoli dualismi che ci separano dalle varie parti della nostra esperienza”
Come dice G. Bateson nel suo libro “Verso un’ ecologia della mente”:
“Il rigore da solo è la morte per paralisi, ma l’ immaginazione da sola è la pazzia. Quando ci approcciamo alle nostre situazioni dobbiamo sempre ricordare di usare
una logica integrativa che sia in grado di tenere insieme più elementi senza ridurre la complessità a semplici dualismi”.
Dovremmo improntare le nostre azioni professionali al principio della ricerca estetica.
Dice ancora Bateson: “ La ricerca estetica comporta necessariamente una danza ricorsiva tra rigore e immaginazione. Dobbiamo usare tutto il nostro cervello, non solo il lato destro o il lato sinistro”.
E ancora Bateson:
“Noi che ci occupiamo di scienze sociali ed educative faremmo bene a tenere a freno la brama di controllare il mondo che controlliamo in maniera tanto imperfetta….Dovremmo invece ispirarci nei nostri studi a un motivo più antico, ma oggi alquanto disatteso: la curiosità per il mondo al quale apparteniamo. La ricompensa di questo modo di lavorare non è il potere, ma la bellezza”.
Quando siamo nel vivo della nostra azione professionale dobbiamo sempre essere incuriositi dall’ Essere che ci troviamo di fronte e solo dopo aver cercato di capirne le caratteristiche possiamo pensare di formulare ipotesi su come procedere, ma ben sapendo che queste ipotesi devono essere sempre accompagnate dalla consapevolezza
della loro indecidibilità  a priori e al di fuori della relazione intrapresa.
La nostra “Dedica” deve essere trasformata in un’ esperienza creatrice e non in un esercizio di potere.